Sono passati più di quattro anni da quando in un freddo giorno di gennaio 2003 è morto Giorgio Gaber. Cantautore milanese era divenuto famoso negli anni ’50, ’60 con brani come “Porta Romana”, “Torpedo blu”, “Il Riccardo” e molti altri successi. Negli anni ’70 si rimette radicalmente in discussione, rifiuta l’industria discografica e si dedica al teatro. I suoi spettacoli hanno satirizzato sul costume e la società italiana con un innovativo punto di incontro tra canzoni e monologhi, tra momenti umoristici e riflessioni anche amare.
Nel 1974, Gaber realizza una delle sue maggiore piece teatrali “Anche per oggi non si vola”, spettacolo in cui vengono affrontate ed analizzate le paure, le ansie e le malattie della società moderna. Società che, secondo Gaber, schiaccia le persone, tenta di omologarle per poterle meglio controllare. L’uomo deve quindi riuscire a riappropriarsi della propria identità (“Angeleri Giuseppe”), abbandonare gli inutili orpelli che la società impone e ritrovare la propria semplicità (“Leggerezza” e “Ma dove l’ho messa?”): semplicità che talvolta permette di vedere cose che l’intelligenza non riesce a comprendere (“Giotto da Bondone”). Nello spettacolo c’è anche un forte accento alla politica come “La peste”, un feroce atto di accusa sul convivismo tra organi dello Stato e stragi di stampo fascista, e “La realtà è un uccello” in cui critica la sinistra incapace di capire e vedere i cambiamenti del mondo. Ma a Gaber interessa parlare soprattutto delle persone, dei rapporti umani; sottolinea quindi la necessità di riaffermare l’importanza del singolo individuo (“Chiedo scusa se parlo di Maria”), che può trovare solo nel confronto con gli altri la propria dimensione e la propria libertà (“La strada”).
Inserita il 19 - 08 - 07
Riccardo Sordi
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