Da dove si comincia con un disco come questo? Come si fa a dire qualcosa di nuovo? Qualcosa di non già scritto?
Forse conviene ricordare da subito la sua importanza storica dato che, nel 1987, anno di uscita di “Appetite for Destruction” il rock’n’roll, quello vero, quello a base di sesso, droga, chitarre e grinta al sangue, era stato relegato in soffitta da gruppi come Spandau Ballett e Duran Duran, forse, ancora, è importante dire che la rabbia devastante esibita da Axl Rose e i suoi Compadres non si era mai vista fino a quel momento, né si ricordava quell’attitudine, così dannatamente vomitata in faccia, di voler fare una musica ai limiti, a costo di restarci stecchiti.
Con “Appetite for Destruction” i Guns’N’Roses incarnano letteralmente il mito del rock per la gioia di milioni di fan che daranno fondo alle scorte della Geffen e catapultano il quintetto californiano in cima alle classifiche di mezzo mondo. Il gruppo, fra l’altro, mette in copertina un’immagine di Robert Williams che, nella migliore tradizione, sarà considerata insopportabilmente violenta dalla critica, quindi censurata e infine sostituita con i cinque teschietti sulla croce che verranno giudicati più accettabili.
E la musica? Beh, quella è forse la prima cosa che ti arriva da un disco così, nel senso che al di là delle chiacchiere ci senti un’urgenza, un bisogno disperato di urlare un malessere esistenziale, un senso di distruzione crescente che spiazza. Naturalmente i bempensanti di turno non mancano di bollare i testi come il frutto allucinato di una gang ultraviolenta, composta da un pugno di sessisti, nazi e xenofobi, in realtà Axl e soci hanno solo il coraggio di dipingere la realtà urbana della metropoli così com’è, il che da un lato conferma il valore della scrittura dei Guns, dall’altro denuncia quell’ipocrisia puritana che spesso attanaglia alcune frange dell’intellighenzia musicologa.
Niente di più miope e meschino quindi e del resto basta darsi una letta alle liriche di brani come “Welcome to the Jungle” o “My Michelle” per rendersene conto. C’è poi in “Appetite for Destruction” un autentico inventario di riff di chitarra da storia del rock, come a dire che uno come Slash, con lo strumento, un certo feeling ce l’aveva e ce l’ha tuttora.
Axl Rose, oltre ad una presenza scenica devastante, sfoderava una voce di tutto rispetto e riusciva, soprattutto, a variarla, caricandola di chiaroscuri interpretativi da brividi, Izzy Stradlin era un altro demonio alla sei corde e garantiva un’anima rock-blues alla band in grado di dilatare una varietà d’impianto e di fantasia che, forse, non è mai stata abbastanza sottolineata.
Comunque qua, per davvero, quello che non possono dire le parole, lo lasciamo alle canzoni. Provate a sentire l’intro elettrico di Slash in “Sweet Child of Mine” che ha fatto scuola o la carica eversiva e sozzamente rock-blues di “Mr. Brownstone” con una sezione ritmica possente e Axl che raglia svaccato e volgare una nenia elettrica da cantina con uno charme da paura, e ancora “Paradise City”, assurta in breve ad inno generazionale vero e proprio, tanto che quando senti il coro sull’attacco ti bolle il sangue nelle vene e ti viene da urlare anche se non vuoi.
Vogliamo parlare del grido squarciato di “Nightrain”? O magari dei fendenti micidiali di “It’s so easy” in cui la band gira a mille, con Slash e Izzy che fanno il diavolo a quattro sulle chitarre fino a rallentare nel ritornello in cui la voce di Axl sembra collassare per poi ripartire in avanti sospinta a tutta forza dal “martello” ritmico di basso e batteria.
“Out to get me” ha due elettriche che azzannano la carne del pezzo e non si staccano più, morendoci dentro, fino alla fine, e “Anything goes” è un’altra battaglia all’arma bianca; quello che ancora colpisce, oggi come oggi, è la freschezza e l’immediata efficacia di gioielli del genere che non mostrano gli anni passati neanche per sbaglio.
Fanno un po’ sorridere, perciò, certe definizioni con cui si appellano oggi band come i Jet o gli Strokes nuovi eroi del rock, gruppetti che, questi Guns, avrebbero tranquillamente preso a calci in culo, facendoli tornare da dove son venuti.
Indubbiamente, Rose e soci, dopo aver toccato il cielo con un dito grazie ad un disco come “Appetite for Destruction”, hanno poi fatto una gran fatica a tenersi in piedi quasi il successo li avesse svuotati e risputati nell’inferno da dove se n’erano usciti.
Ne è conferma la telenovela di cui Mr. Rose si è reso protagonista da ormai un paio di lustri, leggasi “Chinese Democracy”, che immalinconisce e lascia davvero l’amaro in bocca, mentre d’altro canto i Velvet Revolver non sono nulla più di una buona rock’n’roll band il che, immancabilmente, fa pensare a cosa avrebbero potuto essere i Guns oggi se non si fossero bevuti il cervello.
Pazienza, rimane il fatto, incontrovertibile sia ben chiaro, che questo è un disco da Olimpo del rock, uno di quei cinque album che dovete portarvi dietro se volete spiegare ad un marziano il significato della parola in questione.
Leggenda.
Inserita il 08 - 11 - 06
Matteo Strukul
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