Rod “the Mod” è una vecchia lenza. Nato come rocker puro grazie ad una voce straordinaria, dal timbro inconfondibile, quella specie di cartavetrata spudoratamente intrisa di romanticismo che sarebbe in grado di sedurre anche la più calcolatrice ed algida delle dark ladies, è stato negli anni 70 songwriter di successo, negli 80 sex symbol indiscusso grazie ad un singolo dance epocale come “Da ya think I’m sexy?”, icona pop-rock nel decennio successivo e si è infine riciclato come jazz crooner dal 2000 in poi.
Il tutto, seguendo spesso le mode, ammiccando non poco, e tuttavia riuscendo a rinnovare un repertorio che annovera un numero impressionante di singoli spacca-classifiche e di album multiplatino.
Inevitabile, quindi, che non tutto sia scintillante nella congerie disordinata e ricchissima che è la sua discografia. Poco male però, perché l’Unplugged del maggio 1993 ha significato per il vecchio Rod un momento di straordinaria intensità artistica al pari di quanto era avvenuto, qualche mese prima, per altri due mostri sacri come Eric Clapton e Neil Young.
A partire dal brano di apertura, una cavalcata rock di grande impatto come “Hot Legs” – letteralmente gambe bollenti – anche grazie alla chitarra dell’amico – leggenda Ronnie Wood, l’intero concerto mette in mostra una serie di interpretazioni vocali che fanno spellare le mani e la nitida bellezza di brani che, una volta tanto, rendono giustizia a Rod Stewart anche come autore.
Perché se è vero che Rod è da sempre un dannato marpione è però altrettanto innegabile che molte belle canzoni, con gran disdoro delle male lingue, se le è pure scritte da solo.
Pezzi come “Maggie May”, “Every Picture tells a Story”, “Mandolin Wind” o “Stay with me” da soli valgono una carriera, se poi a questo aggiungete una delle voci più affascinanti e stregate della musica contemporanea, qualsiasi genere vogliate prendere, ecco allora spiegato il meritato successo di “Unplugged …and Seated”.
In questo album ci trovate un feeling, una dolce malizia e una sincerità semplicemente uniche, non manca poi un pizzico di divertimento e di ironia british che da sempre caratterizzano Rod e che lo hanno reso un comunicatore straordinario, c’è anche tanta commozione però, basta pensare a “Have I Told You Lately” o a “Tom Traubert’s Blues (Waltzing Matilda)” ed è così che l’album si rivela per quello che è: un’altalena di emozioni, un poetico vagare fra le suggestioni del rock acustico e delle ballate, uno squisito romanzo d’autore.
L’artista si mette a nudo come raramente è accaduto, si avverte con nettezza il bisogno di raccontarsi, di confessare, attraverso le parole delle canzoni, dubbi e sconfitte, gioie e avventure di una vita spesa per la musica e che alla musica nella sua essenza più pura e incontaminata è in grado di ritornare ogni volta in cui ne abbia veramente voglia.
Non è poco, anzi, è quella segreta capacità di Rod di farti correre un brivido lungo la schiena ogni volta che decide di mettersi sinceramente a cantar d’amore.
Pochi sono in grado di farlo come lui ed è per questo che quando lo senti arriva, immancabile, una stretta al cuore. Al di là quindi di qualsiasi possibile riflessione su coerenze d’artista e abilità tecniche, qui c’è un viaggio sentimentale ed una passionalità che si sottraggono ad ogni possibile catalogazione o cifratura, perciò, il consiglio spassionato, è quello di lasciarsi andare al caldo abbraccio di una musica che non mancherà di legarvi a sé.
Inserita il 17 - 11 - 06
Matteo Strukul
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