Con "Purple" degli Stone Temple Pilots torniamo, dopo un salto nel passato, verso giorni più vicini a noi.
Poco male però perché l’album di cui parliamo è stato un capolavoro ed è col tempo divenuto un classico, un disco che fa entrare di diritto la band di Scott Weiland nella leggenda.
Siamo nel 1994, in pieno periodo grunge, gli Stone Temple Pilots, che di quel suono venivano considerati alfieri, pubblicano appunto “Purple”.
Anche a causa di un insistito ma indovinatissimo uso di percussioni, il disco rivela atmosfere cupe e compresse ai limiti del claustrofobico con alcuni squarci acidi di luce come nella ballata elettrica ad alto voltaggio “Interstate Love Song”, con la voce ispirata di un Weiland non ancora ridotto in ginocchio dalle droghe, o nello splendido intermezzo acustico di “Pretty Penny”.
Prodotto da Brendan O'Bryen, autentico deus ex machina del sound Stone Temple Pilots, l’album consacra il successo commerciale dei ragazzi cattivi con qualcosa come cinque milioni di dischi venduti, non esattamente noccioline.
Troppo spesso bollati dalla critica come esangui e patinati epigoni di Nirvana ed Alice in Chains, i Pilots, con questo lavoro, realizzano un disco praticamente perfetto, caratterizzato da un nichilismo onnivoro che scivola, corrotto e spergiuro, nelle pieghe di rock ossessivi e rabbiosi come “Unglued” o “Vasoline” o nelle frustate elettriche, inframmezzate a deliranti e primordiali nenie del sud, di “Big Empty”.
In realtà in “Purple” Weiland e i De Leo sdoganano il grunge verso orizzonti più compositi e affascinanti di quelli solitamente frequentati dalle altre band del giro, iniettando sottopelle dosi letali di blues, poesia decadente e scapigliata ed echi malignamente southern che sembrano volteggiare nell’aria come spettri corrotti di una tradizione rinnovata nel ludibrio del Seattle sound.
Per questo l’album sigilla per sempre l’infinita classe degli Stone Temple Pilots che anche a causa di eccessi e fragilità dissiperanno un po’ alla volta ma inesorabilmente un’originale arte compositiva e quella lucida bellezza che qui non può che risplendere.
Nessuno dei dischi successivi riuscirà infatti a toccare le vette di “Purple” e così Weiland e soci non potranno che restare a contemplare impotenti una deriva che assumerà nel tempo i tratti inquietanti e sporchi di una resa senza nemmeno l’onore delle armi.
Questa pietra preziosa continuerà però a ricordarci che almeno per una volta sono stati davvero una band eccezionale, c’è chi ha fatto molto meno di così in un’intera carriera.
Inserita il 08 - 10 - 06
Matteo Strukul
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