Restiamo negli anni 90 magari anche solo per ricordarci che la decade scorsa ha saputo esprimere alcune band di straordinaria caratura al punto da risultare per certi aspetti sorprendenti.
Gruppi che sono riusciti ad emergere con la sola forza della propria musica e che, perciò, hanno avuto un merito indiscutibile: quello di procurasi un posto al sole grazie a dischi di straordinaria intensità.
Fra queste band, quella dei fratelli Chris e Rich Robinson è forse una di quelle che ha saputo meglio focalizzare una ricerca sonora che pur omaggiando la tradizione non ha rinunciato a proporre soluzioni melodiche nuove ed efficaci.
Definiti da Melody Maker come “la più rock’n’roll delle rock’n’roll band”, i Black Crowes esordivano nel 1990 con il formidabile “Shake Your Money Maker”, disco prodotto da Gorge Drakoulias per la Def American di Rick Rubin. L’album, caratterizzato da un rock chiassoso e sgangherato fortemente venato di blues, a poco più di un anno dalla sua uscita aveva scalato le classifiche americane, venduto milioni di copie ed imposto i Crowes come realtà musicale più eccitante del momento.
Con “The Southern Harmony and Musical Companion”, che debutta nel maggio del 1992 direttamente al primo posto della classifica di Billboard, la band dei fratelli Chris e Rich Robinson, originari di Atlanta, dà alle stampe un lavoro fortemente influenzato dai caldi e collosi colori del sud degli States. Se “Shake Your Money Maker” era legato a doppio filo ai suoni di storiche band britanniche come Rolling Stones, Faces ed Humble Pie, “The Southern Harmony and Musical Companion” rivela invece una band confederata attenta a rivendicare le proprie radici musicali con una rabbia reazionaria sconcertante.
A partire da “Sting me” e “Remedy”, due rock rocciosi con innesti blues da far impallidire gli Allman, tutto il disco suona selvaggio e ancestrale, una specie di suite sudista annerita dalla voce da shouter riposseduto di un Chris Robinson in stato di grazia e dalle chitarre aggressive e muscolari di Rich Robinson e Marc Ford, il quale nel frattempo è diventato il nuovo secondo chitarrista della line-up dei corvi al posto di Jeff Cease.
I crowes però non si fermano qua e decidono di fare sfoggio di una conturbante versatilità: basta ascoltare una ballata soul come “Thorn in my Pride”, con un’interpretazione vocale da applausi, o l’assolo di Marc Ford onirico e violento in “Sometimes Salvation”, fino all’armonica fulminante di “Hotel Illness”.
L’album si chiude con gli assalti chitarristici delle melodie indemoniate di “Black Moon Creeping”, “No speak No slave” e “My Morning song”, che sembrano comporre un trittico a metà fra un rito voodoo e una messa da chiesa battista, e la cover di “Time will tell” di Bob Marley riesumata dai fratelli Robinson in un gospel sghembo e ululante affondato nelle paludi della Louisiana fra luci tremule e alligatori.
“The Southern Harmony and Musical Companion” è quindi un disco prezioso, un fiume da cui i Black Crowes hanno tirato fuori i profumi e le diverse anime del deep south, un’opera dal tessuto musicale complesso - anche grazie al magistrale hammond di Eddie Harsch e ad una sezione ritmica con i fiocchi - ricca di atmosfere particolari e maliziose e costruita con una coerenza ed una varietà di soluzioni da lasciare a bocca aperta.
Spettacolare.
Inserita il 26 - 10 - 06
Matteo Strukul
|