Massimo Priviero, rocker di Jesolo, che esordì nel 1987 e fu subito paragonato a Springsteen, è tornato, a fine febbraio, in Veneto per un concerto acustico. Stessa urgenza di esprimersi, stessa rabbia di un tempo, resa da una voce forte e potente, ma con una cifra artistica in più, legata al suo amore per la poesia.
A fine ottobre è uscito “Dolce Resistenza”, un lavoro spaccato a metà, rock ed intimista, tema principale, la II guerra mondiale: il ricordo della guerra nei veneti è sempre molto presente…
Sì, sono le nostre radici, una delle due guerre è stata fatta qui, fa parte della nostra cultura e storia. Questa è una regione che ha faticato, si è sviluppata tardi, con una forte emigrazione, il ricordo della sofferenza è forte. In “Dolce Resistenza” poi ci sono gli alpini, simbolo della II guerra mondiale. Il tema del soldato mi sta a cuore perché il mio approccio alla vita è soldatesco.
Cos’è la “Dolce resistenza” nella vita?
Credere fino in fondo in valori forti: giustizia, libertà, pane, inteso come necessità da garantire a tutti, onestà, moralità, pochi compromessi, questa è resistenza e poi esiste anche nel tuo mestiere: non cedere al mercato.
Mantenere una coerenza quanto costa e quanto paga nella vita di un artista?
Costa parecchio. Viviamo in un paese molto conformista, c’è sempre stata una certa mafiosità di fondo, “gli amici degli amici”, in questo sono molto poco italiano. L’altra parte della medaglia è essere a posto con sé stessi, comunicare le emozioni giuste, ho iniziato per questo, non posso rinnegarlo in cambio di una maggiore popolarità.
Il Veneto ha sempre poco valorizzato le risorse anche culturali, artistiche che possiede…
Sì e questo ti fa lasciare questa terra, io vivo a Milano da anni, non c’è mai stata una forma di tutela, di amore nei confronti della propria produzione culturale. Oggi ci sono i nuovi mezzi di comunicazione, ma bisogna sconfiggere la mancanza di orgoglio veneta.
In cosa ti senti veneto?
Storia, tradizioni e modo d’essere: sono introverso, a volte “spacamaroni”, permaloso ma sono uno che non si arrende, che lavora sodo, che ha coraggio, tratti molto veneti. E poi c’è la mia famiglia, ho il Piave che mi scorre dentro.
Ne “La strada del davai”, utilizzi il dialetto veneto in maniera rievocativa...
Era una “nenia” perfetta nella nostra lingua che si canta facilmente. E’ stato un processo naturale. Da ragazzino mio padre mi diceva di parlargli in veneto “per capirci meglio”. Aveva ragione, serviva per penetrare di più dentro l’animo. Nella canzone credo che scavare l’anima significava scriverla nella lingua parlata dagli alpini, l’ha resa più credibile.
Che ne pensi del cantautorato veneto, mi riferisco a Massimo Bubola, Sergio Borsato, Alessandro Grazian, Giulio Casale…
Conosco bene Massimo Bubola ed è uno dei più bravi che ci sono in Italia. E’ un grandissimo autore, un artista che stimo e con cui ho collaborato. Lui ha una visione sempre molto poetica ed intelligente delle cose che fa, non solo per quello che ha scritto per altri, in particolare per Fabrizio De Andrè, in lui c’è sempre questo bisogno di poesia e di cultura, che condivido. Di Borsato mi han parlato molto bene, anche Massimo che l’ha prodotto, vorrei scoprirlo, lui è stato così gentile da complimentarsi con me per il mio ultimo lavoro. Grazian è giovane, se si ispira a De Andrè ed ai chansonniers francesi come punto di partenza ha tutta la mia stima. Casale lo conosco bene, è anche lui un signor musicista, è uno che sa stare sul palco. Ultimamente l’ho visto a Milano nello spettacolo di Gaber “Polli d’allevamento” che lui riporta in scena. Ha fatto un percorso suo, legato al rock da un lato e con un bel discorso poetico dall’altro, andrebbe valorizzato perché ha grandi qualità.
Ovviamente, per affetto e per stima, quello a cui sono più legato resta Massimo Bubola. Anni fa ha prodotto mezzo album mio, con lui quell’attenzione per le radici, per la nostra regione d’origine, ci accomuna.
Inserita il 22 - 03 - 07
Silvia Gorgi
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