Eugenio Finardi tira fuori finalmente il blues che da sempre è dentro di lui e, nonostante possa sembrare sorprendente che gli sia stato necessario tanto tempo per celebrare una musica che pare essere nata apposta per la sua voce; è lui per primo a spiegare, in una recente dichiarazione, le ragioni di un simile “ritardo”.
“Anima Blues” è infatti “…il mio personale Santo Graal, l’album perduto che non mi hanno mai fatto fare, è sì il mio nuovo album ma, per certi versi, anche il più antico, perché lo sogno esattamente da quarant’anni”.
Colpa quindi della pervicace miopia di etichette e discografici, al punto che "Anima Blues" è in tutti i sensi la nemesi storica di Eugenio Finardi, ed in effetti ascoltando le dodici tracce del lavoro la sensazione è esattamente questa: una sincerità ed un’urgenza artistica davvero commoventi come se, per Finardi, questo disco fosse un dono, la parola dopo un silenzio forzato, durato troppo a lungo.
Eugenio non ha quindi bisogno di calarsi nei panni del bluesman perché, semplicemente, lo è, anzi lo è sempre stato, indipendentemente dai meriti e dal successo raggiunti come cantautore. Insomma, come giustamente sottolinea lui, “il blues non si suona, si ha”. Come a dire che non è l’uomo a scegliere il blues, ma piuttosto il contrario, e Eugenio Finardi è, in questo senso, un predestinato.
Fin dagli inizi la sua passione per i Rolling Stones lo aveva infatti portato a “ritornare indietro” andandosi ad ascoltare i maestri, quelli a cui le pietre rotolanti avevano rubato le dodici battute per shakerarle negli amplificatori tirando fuori il loro sound, che poi erano gente come Muddy Waters, Willie Dixon, Robert Johnson, John Lee Hooker.
Da allora in avanti Finardi ha da sempre cullato un amore segreto per il blues, un amore così forte che ora, finalmente dichiarato, esplode letteralmente nelle note di questo disco.
Il progetto "Anima Blues" nasce dalla collaborazione con il chitarrista Massimo Martellotta con cui Eugenio aveva già suonato, in occasione del disco "Cinquantanni".
Assieme a lui ci sono poi Pippo Guarnera e Vince Vallicelli, fondamentali non solo per il suono dell’album ma anche per quell’intesa perfetta che permette maieuticamente a Finardi di riscoprire una prolifica creatività che si temeva sopita. Ad eccezione di “Spoonful”, infatti, cover del brano di Willie Dixon, già ripescato in passato dai Cream di Eric Clapton, tutti gli altri pezzi di "Anima Blues" sono originali, fatto questo che non accadeva dai tempi di "Accadueo".
Non solo, la varietà degli stessi rivela la musica del diavolo in tutte le sue differenti sfaccettature andando a colorarsi di riflessi latini in “Estrellita”, con un cantato fra spagnolo ed inglese che sembra uscire dal songbook di Willy de Ville, o delle scariche elettriche molto Led Zeppelin di “Mojo Filtre”, passando per composizioni più scarne e rurali: “Heart of the Country”.
“Holyland” potrebbe stare tranquillamente nel disco di Ben Harper coi Blind Boys of Alabama, tanto trasuda gospel mentre al centro del pezzo la chitarra di Martellotta crea un’isola limacciosa con un suono intriso di fango e paludi.
La voce di Finardi, che in tutti i pezzi di “Anima Blues” canta in inglese, è impressionante: ulula, ruggisce, scava le melodie, e punta dritto al cuore mettendo a nudo il lato più puro del suo talento. Un disco davvero completo il suo, e soprattutto vario perché non lesina nulla, non gioca al risparmio: c’è sudore e rabbia al punto giusto, c’è un pezzo strumentale di dolcezza assoluta come “Marta’s Dream”, ci sono infine due brani in chiusura da far accapponare la pelle come la torrenziale rilettura di "Spoonful" e gli oltre sette minuti finali di pura libidine di “Sweet Surrender” che vira verso un suono più morbido, quasi jazzato, con un grande hammond ed una voce che manderebbe a casa Duane Allman di corsa.
Va sottolineata la prova alla chitarra di Massimo Martellotta che ha comunque più di una responsabilità nella resa perfetta del lavoro eppure al di là di qualsiasi osservazione tecnica "Anima Blues" suona davvero bene perché Finardi riesce, forse come mai prima, a toccare letteralmente nel profondo, visto che la musica sgorga limpida, senza filtri, una forza della natura capace di travolgere, una facilità compositiva talmente sfrontata da risultare disarmante.
Troppo rock per essere un cantautore, troppo blues per essere solo rock, Eugenio Finardi dimostra di essere in grado di tirare fuori una voce che può stare senza problemi vicino a quella di Willy de Ville, Tom Waits, o Van Morrison, provare per credere, ed è anche la dimostrazione più convincente di quanto poco senso abbiano etichette e classificazioni.
Rimane il fatto che “Anima Blues” è un disco di un artista italiano che per la prima volta da tempo immemore ha tutte le caratteristiche dell’internazionalità; bisogna quindi augurarsi che promozione e distribuzione del progetto siano adeguate perché questo lavoro meriterebbe un successo in grado di andare oltre le italiche cortine.
Concludendo, c’è da sperare che Finardi continui così perché, al di là di inutili giri di parole, Anima Blues segna, per l’artista milanese, una vera e propria rinascita artistica.
Inserita il 06 - 09 - 06
Matteo Strukul
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