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SUCCESSIVOOmar & The Howlers – Bamboozled – Ruf Records 2006
Max Lazzarin Quintet - Baron Samedì - New LM/Crotalo 2006 Voto del Redattore: 4
Max Lazzarin Quintet - Baron Samedì - New LM/Crotalo 2006
Insieme a Marco Pandolfi, Max Lazzarin è certamente il più talentuoso fra i bluesmen italiani della nuova generazione.
Ne è prova inconfutabile questo suo disco di debutto: un viaggio nel New Orleans Sound e un fulminante esordio da parte dello straordinario pianista delle lande venete.
Baron Samedì infatti, vuoi per una scelta blues che profuma finalmente di originalità, ci voleva, vuoi per il feeling sparato fuori dai solchi di un dischetto che non è un vinile solo per esigenze di lettura dei moderni cd – player, “lascia tutti ai blocchi di partenza”.
Tanto per dare delle coordinate qui siamo in pieno French Quarter e gente come Mac Rebennack Dr. John, James Booker, Professor Longhair, Champion Jack Dupree, Willy de Ville non stanno certo a guardare ma sono tutti assieme dentro al disco, fusi nell’incredibile miscela distillata da Max “Alligator” e da quella sua ugola dannata, che pare scavata dall’alcool e dal fumo dei locali disseminati nei crocicchi e nelle stradine del Vieux Carrè.
Questione di feeling si diceva e di un’attitudine squisita nell’interpretare e ricreare magistralmente un sound meticcio per eccellenza, un mardi gras che si svolge caldo e incestuoso fra standard del calibro di "Didn’t he ramble" e "Bye and Bye" e pezzi da otto – "You can’t judge a book by its cover" di Willie Dixon - con il sax debordante di Zeno Odorizzi. C’è in verità spazio anche per un brano a firma dello stesso Lazzarin, Baron Samedì, che lascia semplicemente di stucco per come s’infila naturalmente fra le perle dell’album che poi sono una versione di "Jambalaya" che pare registrata sul bayou tra mocassini d’acqua e pesci gatto e il trittico strappato dal songbook di Dr. John con "Somebody Changed the Lock on my Door", "I ate up the Apple Tree" e "Such a night", poeticamente ululata da un branco di Loup Garou mentre si spulciano le pellicce sotto la pancia della luna.
Un debutto da pelle d’oca quindi, figlio dell’esperienza maturata da Max Lazzarin sui palchi di Italia, Francia e Svizzera, di quella sua attitudine deliziosamente gaglioffa e guascona che incornicia un cantato travolgente ed uno stile pianistico che continua con orgoglio e classe cristallina la tradizione dei maestri del New Orleans sound.
Due parole anche per il resto della ciurma del Quintet giacchè è nell’intreccio di voci e strumenti che si sprigiona la verve sconvolgente dell’ensemble: onore dunque ad una sezione ritmica ineccepibile e dal suono ricco e gustosamente old fashioned a firma Tim Smethurst, batteria, e Alex Arcuri, contrabbasso, al chitarrismo policromo di Renato Banino e al backing vocals di Barbara Faggiotto.
L’armonica di Marco Pandolfi, e le flirtate di sax di Zeno Odorizzi non fanno quindi che arricchire la speziatura del piccante gumbo cucinato da Max Lazzarin di cui aspettiamo già con impazienza la “seconda porzione”, magari con qualche brano originale in più.
Da comprare a scatola chiusa, non ve ne pentirete.
Inserita il 17 - 11 - 06
Matteo Strukul
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