Miguel Zenón, portoricano trapiantato negli Usa, classe 1976, è oggi considerato uno degli astri emergenti del jazz internazionale, e sentendolo dal vivo tale giudizio non può che venire confermato.
Nel concerto di sabato 14 febbraio tenutosi nell'ambito della stagione di Terni-in-jazz Season '08/'09, l'artista centroamericano ha dato mostra di un genio purissimo e di una sensibilità musicale degna della fama che lo circonda, collocandosi di diritto nel novero degli artisti più interessanti dell'attuale panorama mondiale.
In quartetto con jazzisti di altrettanto spessore quali il pianista venezuelano Luis Perdomo (che vanta prestigiose collaborazioni), il contrabassita austriaco nonché figlio d’arte Hans Glawischnig e il batterista Henry Cole, ha proposto il suo abituale repertorio prevalentemente free, inframezzato da alcuni recuperi della tradizione latinoamericana, nel quale ha espresso tutte le proprie inclinazioni di jazzista dotato di una forte personalità e di grande ispirazione.
Zenón ha seguito un percorso di formazione musicale di tutto rilievo, iniziando gli studi alla Escuela Libre de Musica di San Juan di Porto Rico, per poi proseguire in quella che viene considerata - a torto a o a ragione - la Mecca del jazz, vale a dire il Berklee College of Music di Boston. Qui, oltre a studiare con educators di spessore, ha avuto modo anche di stringere rapporti con personaggi e formazioni di spicco del panorama jazzistico statunitense, quali Bob Moses, Danilo Pérez, George Garzone, la Either Orchestra e il San Francisco Jazz Collective, ottenendo nel frattempo prestigiosi premi e riconoscimenti.
Il jazz di Miguel Zenón è un jazz assai vigoroso, fatto di un sound penetrante ma al contempo rotondo, che presenta modalità espressive capaci di suscitare una forte compartecipazione emotiva nell'ascoltatore. In particolare - senza ovviamente volersi qui addentrare in pretenziosi accostamenti - gli armonici e i sovracuti richiamano alla mente, per qualità ed efficacia, quelli di grandi del passato. Va però sicuramente sottolineato il carattere originale di un jazzista che, pur continuando idealmente la tradizione del free appartenente ai Pharoah Sanders, Archie Sheep, Albert Ayler e Gato Barbieri, non disdegna incursioni in repertori più tradizionali, alcuni prossimi al suol-jazz, che rendono del tutto sui generis questo artista che ha deciso di vivere nella città della Grande Mela. Allo stesso modo, va messo in evidenza il processo di maturazione di un musicista che - da non dimenticare - è da considerare ancora assai giovane, cosa questa che fa intravedere in lui ulteriori possibilità di crescita ed affermazione. Se si comparano infatti i lavori di appena pochi anni fa (come Looking forward del 2002 o Ceremonial del 2004) con quelli più recenti (ad esempio Awake del 2008, ma anche Jibaro del 2005) si notano differenze sostanziali e una palese iperbole di crescita di un'identità musicale che, come detto, potrebbe riservare ulteriori positive sorprese.
Inserita il 15 - 02 - 09
Alessandro Samsa
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