Diciamolo subito:"se Enrique Iglesias non avesse avuto cotanto cognome, che già da solo suonava come passpartout ovunque, probabilmente avrebbe avuto fortuna come modello, come attore per film adolescenziali, ma senz'altro non come cantante". Un giudizio un po' forte, ne si è consci, però dopo aver ascoltato quest'ultima fatica ( e che fatica! ) dal titolo "Euphoria", il concetto si è decisamente rafforzato. Enrique si è infatti prodotto in un disco in cui impera il nulla assoluto, in cui fioccano producers di grido, pagati chissà quanto, ma mancano idee, mancano brani che superino indenni la prova del secondo ascolto. Il bell'adone ( perchè che sia bello è innegabile ) ha addirittura preferito non scadenzare come al solito in momenti diversi un'uscita con un album in spagnolo ed uno in inglese, ma per non scontentare nessuno ha frullato tutto in un unico lavoro, mettendo insieme anche i featuring più disparati, pescati tra le due culture musicali in cui lui probabilmente è anello di congiunzione, insieme a pochi altri, tra cui il suo rivale per eccellenza Ricky Martin; differenza tra i due? Mentre Ricky con gli anni alza il tiro delle sue produzioni, mettendo da parte la musica per adolescenti bavose ( anche perchè ormai non ci crede più nessuno ) Enrique raschia il fondo del barile. Pessima "I like it" incisa, duettata e prodotta con Pitbull, che qualsiasi cosa tocchi prende quel sapore cafone da macchina decappottata e musica a tutto volume, che all'angolo col semaforo, i vicini anziani sono costretti ad alzare i loro finestrini per non essere costretti ad usare l'"ampliphon" per sentirsi in mezzo metro quadro. Anche Akon fa il suo, intervenendo in "One day at a time" e come sempre qualsiasi cosa lui produca, spersonalizza chi la canta, come in questo caso in cui il brano poteva anche esser cantato da Meneguzzi, avrebbe avuto la stessa resa. E per parità di giudizio, ce ne è anche per lo spagnolo e quindi "No me digas que no" è una bruttura tale che addirittura meritava la presenza nel disco in ben due versioni, casomai la prima non fosse stata sufficientemente brutta, mentre "Ayer", 25 anni fa sarebbe stata perfetta per una telenovelas qualunque di Veronica Castro. A poco serve un pezzo carino, ma nulla di più, come "Heartbeat", in cui l'unico vero grande merito che possiamo dare ad Enrique o al fido coautore Mark Taylor, che dopo "Believe" di Cher non si è più ripreso, è quello di aver scoperto che Nicole Scherzinger sa anche cantare pacatamente e non solo strillare come se le avessero strappato il dente del giudizio. "Euphoria" è brutto e termine per descriverlo più appropriato non c'è, e forse lo sa anche Enrique che per promuoverlo ha iniziato a spogliarsi nei video. Un bel vedere non c'è che dire, ma smettiamola di prenderci in giro, la musica, anche quella pop, è un'altra cosa.