Passano gli anni eppure Paolo Meneguzzi, artista italo/svizzero di chiara fama, continua a non ottenere i consensi della critica, che bolla abitualmente i suoi lavori come pop spazzatura, adatto ad adolescenti coi bollori. Certo, la critica a volte è un po' pretestuosa e si sa che un artista di quelli riconosciuti ufficialmente come "bellini", deve sempre dimostrare quel qualcosa in più, per distogliere l'attenzione dalla propria avvenenza, però va anche detto che, il Meneguzzi quel passo pare proprio non voglia farlo continuoando a trincerarsi dietro una musica di accompagnamento vacua, che non lascia il segno, se non quello di un'impronta di un piedino che batte per terra a ritmo. Anche "Miami", nonostante la sua superproduzione made in Miami, per l'appunto, ripercorre la medisima strada, lanciando nell'etere 14 nuove tracce di cui probabilmente nessuna resisterà al primo alito di vento. Ma per non esser pretestuosi, partiamo da ciò che di buono questo disco contiene; innanzitutto vocalmente Paolo è migliorato, nonostante l'uso spropositato del vocoder nel singolo "Imprevedibile", regalando qualche interpretazione inaspattatamente potente e nè giovano soprattutto i brani migliori. Notevole è infatti "La voglia", una seducente ballata tutta piano, voce e poco altro, indovinata nel testo che sa di promessa solenne, che un arrangiamento così sobrio potenzia nel messaggio. Ed il cuore resta aperto anche ne' "La mia missione", dove il rapporto diventa delirio, ossessione, unica ragione di vita. Tutto sommato anche "Noi" passa il turno, grazie ad una capacità evocativa forte, la stessa che aveva "Gli anni", probabilmente il brano più bello di Pezzali nel periodo 883, a cui questa pare ispirarsi almeno come idea. Delle restanti 11 tracce, strappano sufficienza stentata il singolo facilotto "Imprevedibile", che par estrapolato dalla track list di "Bionic" della Aguilera, e "Se per te", danzereccia ma decente. Poi? Poi è un' ecatombe di qualunquismo sia nei suoni, tutti troppo tronfi e per nulla originali, che negli arrangiamenti, spesso chiassosi, distorti, senza pulizia. Per non parlar dei testi. Se la title-track si spinge nell'azzardare un rapporto a tre, lasciato aperto a più ipotesi, giacchè il testo si diverte con le ambiguità ( ironia, la sorte che mi tocca quando tu decidi di andar via con una LEI...quando starai con lei invita pure me), è in "Federica" che si raggiunge davvero il minimo storico con un testo grottesco, su di una ragazzetta di facili costumi, finto ingenua, che in realtà è "Peggio di Lupin e più terribile di Satana...ma beve tanto latte". E ci si chiede se per scrivere una boiata del genere fosse necessario far base per due anni a Miami. Cos'è, a Mendrisio l'idea non veniva? Si, la critica spesso è pretestuosa, però Paolo, anche tu ci metti del tuo!