Pare aver perso qualsiasi velleità da classifica la diva rock americana Sheryl Crow; già, perchè da un paio d'album a questa parte, forse pure tre, Sheryl sembra aver messo da parte, quasi sigillata in ripostiglio, la sua capacità innata di concepire brani pop/rock, che non fossero puro mainstream per piacere facilmente alle masse, ma che avessero quel qualcosa in più per conquistare anche la critica. Non a caso la signorina quasi cinquantenne vanta nella sua carriera la bellezza di 9 grammy vinti, cosa che si sa, viene assegnata da un'academy di addetti ai lavori, discografici e critici non sempre propensa a scelte facili. I suoi ultimi album, privati di queste hits riconoscibili, hanno avuto qualche problemino con le vendite persino negli States, dove di certo Sheryl non ne ha mai avute, entrando comunque alti in classifica, come a grande star compete, ma calando in maniera abbastanza veloce, non concedendo il tempo all'ascoltatore di memorizzarne il passaggio tanto da ricordarne l'uscita. Anche l'ultimo lavoro, fresco di pubblicazione, intitolato "100 miles from Memphis" si è comportato allo stesso modo, confermando la tendenza, con un buon n° 3 ottenuto in Usa, un secondo smarcato in Canada, ma soltanto posizioni di rincalzo altrove ed addirittura assenza completa nella top 100 italiana. Ascoltando il disco però, si evince subito che al di là delle scelte, la classe di Sheryl non è affatto mutata, che la sua voce migliora con l'età, arricchendosi di una sfumatura sabbiata che prima non aveva. Ma ciò non basta giacchè "100 miles from Memphis", già dal titolo, suona come un disco fortemente americano, diviso tra il country figlio di steppa e saloon ed un soul umido, come i tanti villaggi e piccole cittadine sulle sponde di fiumi come il Mississipi o il Missouri. Di hits radiofoniche nemmeno l'ombra, quasi come se il sole fosse sempre perfettamente a mezzogiorno, tale da non rifletterne. Il nuovo singolo "Summer day" è di pregevole fattura, con tanto di cori neri, fiati e doppia voce (maschile) in rafforzamento, ma non buca di certo l'airplay, così come la cover di "Sign your name", successone di Terence Trent D'arby ( prima che venisse colto dalla stessa sindrome che ha colpito Prince, che si manifesta in cambi nome, pubblicazioni articolate nei modi più strani etc etc..), in questa nuova veste mantiene inalterata dignità, con Sheryl che domina il miscuglio di voci che l'accompagnano tra cui si riconosce quella di Justin Timberlake a cui un brano del genere calza a pennello. "Peaceful feeling" pare strappata al repertorio di Areetha Franklin, ma è in "Stop"che un brivido percorre le schiene più sensibili. Partecipa all'album anche Keith Richards, che suona la chitarra in "Eye to eye". Un disco di stile questo "100 miles from Memphis", americano nelle ossa, nell'anima; basta capire ora se questo è un limite o meno.
Otto, per gli amanti del genere, Quattro per tutti gli altri...non pochi purtroppo!