Era già da qualche anno che Gary Barlow & soci invitavano il fuggitivo Robbie Williams, colui che nel frattempo divenne star di prima grandezza anche per i fatti suoi, a rientrare nel gruppo senza tuttavia che la cosa per lui andasse al di là di un pensiero stuzzichevole; poi però succede ciò che non ti aspetti, ovvero che i 4 ragazzini divenuti nel frattempo uomini maturi, iniziassero a rimacinare copie su copie vendute dei loro due album usciti dopo la reunion, proprio in concomitanza di un vistoso calo di quelle degli altrettanti lavori del vivace ed irrequieto Robbie. Metti insieme le due cose e poof! Miracolo, la band torna alla sua line up originale. Ma facciamo finta di non credere a biechi calcoli tra manager, etichette discografiche, e scopriamo il cielo azzurro della pace tra il Barlow dalla bella voce, fine autore di pop convincente ( soprattutto quando la scrittura asseconda il suo sguardo seducentemente malinconico e maturo ), ma incapace ballerino perennemente in lotta con la bilancia ed il Williams guascone dalle note imprecise ma dalla voce comunicativa, padrone della scena su e giù dal palco, che i rotocalchi amano per l'innata capacità di far parlare di sé, fosse anche solo per uno sternuto. Certo è che la pace è figlia anche di alcuni compromessi che nella vita artistica dei Take that potrebbero definirsi epocali. Se nei precedenti lavori era infatti Gary a cantare quasi tutto il disco, e non da meno a scriverlo, adesso gli altri membri hanno guadagnato terreno, partecipando alla stesura delle traccie e Robbie in testa si è accaparrato anche diversi brani come cantante. Questo è "Progress", il sesto album ufficiale (il quarto con Robbie), e quanto detto fin qui, già parrebbe sufficiente come progresso. Invece anche musicalmente il disco è qualcosa di diverso ed anello di congiunzione tra passato e presente è effettivamente solo il singolo "The flood", grande successo europeo di queste settimane. Per il resto "Progress" tende decisamente più la mano alle ultime cose di Robbie solista, con tanta elettronica ed effetti vocali che intrecciano le voci dei cinque e soppiantano il piano di Barlow che qui si intuisce solo come base di creazione delle melodie, come in "Wait", probabilmente il brano migliore del disco, che però non avrebbe stonato nella tracklist di "Rudebox", uno dei semiflop di Williams, di qualche anno fa. Williams in particolare ritrova in Mark Owen, la sua vecchia spalla, cosa evidente in "Sos", in cui i due si palleggiano le variazioni del brano. "Pretty things" è la ballata di rito, ma diciamolo pure che "Back for good" non è facilissima da ripetere. Assolutamente inutile invece "What do you want from me?" che sta alla tracklist come l'insalata al pranzo della domenica; se non c'è fa lo stesso. Più Robbie, meno Gary e per il resto il solito pizzico di Mark ( un pochino in più a dire il vero ), la voce sovraparte di Howard ( che li riporta tutti in nota nei live ) ed il ciocco rigido di Jason, sempre più ciocco rigido; questo è in sunto "Progress", disco gradevole ma non miracoloso...beh certo, il miracolo si era già speso con la pace!