Precisamente cinque. Sì, ne mancano solo cinque di minuti a mezzanotte. E poi? Poi l’olocausto nucleare. A quasi cinque anni da “Meteora” (anche se, in mezzo, ci sono state molte collaborazioni e re-make) Mike Shinoda, Chester Bennington & Co. ripartono alla conquista del mondo con il loro ultimo cd, il cui titolo è emblematico: “Minute sto Midnight”. Il nome si riferisce all’“Orologio dell’apocalisse” (meglio: il “Doomsday Clock”), un orologio simbolico creato dagli scienziati del Bulletin of the Atomic Scientists dell’Università di Chicago, nel 1947. Se pensiamo che la mezzanotte di tale orologio simboleggia la fine del mondo, causata da una guerra atomica, allora siamo molto vicini. Al momento della sua creazione, durante la guerra fredda, l’orologio fu impostato sette minuti prima della mezzanotte; come un vero segna tempo, le lancette possono essere spostate avanti o indietro, a seconda dello stato delle politiche mondiali e del pericolo nucleare. In sessanta anni è stato spostato 18 volte, l’ultima quattro mesi fa. Per portalo a soli cinque minuti dal doomsday.
Dunque, dopo il fortunatissimo “Meteora” (11 milioni di copie solo negli States) l’hard rock/rap/techno-melodico sound dei Linkin Park torna a graffiare con il terzo album. La forza delle note e degli assoli di batteria non sono cambiati, e mettono sempre a dura prova le casse dello stereo. E questo è un marchio di fabbrica. Non potevano mancare neanche le urla del cantante Chester Bennington, uno di quelli che quando canta spinge fuori tutta la sua rabbia e la sua cattiveria che la vita (un’infanzia molto difficile e un divorzio alle spalle) gli ha fatto maturare. “Minute ti midnight” mantiene l’integrità sonora del gruppo anche se preme sui loro confini sonori, sicuramente influenzati dal produttore di questo album, Rick Rubin, discografico che annovera tra le sue creazioni anche “Blood Sugar Sex Magik” e “Californication” dei Red Hot Chili Peppers, ma anche molte produzioni dei System of a down, AC/DC, Slayer, Limp Bizkit. Insomma, uno che con il rock ha convissuto e che ha fatto pesare la sua presenza in questo “Minutes to midnight”. L’hip pop (purtroppo) è quasi scomparso – se non per qualche passaggio della veloce “Bleed it out” – e le canzoni sono molto più limpide e pulite. E viene fuori il cantante vero che c’è dietro Chester Bennigton che sì urla (da non perdere è “Given up”), ma è molto più melodico e “sonoro” nei suoi assoli. Il talentuoso Mike Shinoda, invece, sembra che indossi più la veste di coproduttore del cd (insieme a Rubin) che vero cantante, anche se non mancano sue performance vocali (come per esempio in “Shadow of the day”, “In Between”). Un ruolo più da seconda voce.
Altro capitolo, i testi. Nei precedenti album i ragazzi californiani parlavano di sentimenti autoreferenziali come la tristezza, il non essere accettati (basta tradurre le parole di “Crawling”, “One step closer”, “In the end”) o di ferite che non potranno mai guarire. Ma con “Minutes to midnight” ci si scosta da queste tematiche. Lo si era già capito dalle prime immagini del singolo (emblema del disco, per sonorità e lyrics) “What i done”, che viaggiano sugli ossimori visivi: bambini che nascono contrapposti a tossici che si drogano, immagini di guerra, disastri naturali, violenze, africani che muoiono di fame e occidentali che fanno la dieta, orsi polari e i fumi delle fabbriche, Ghandi e il Ku Klux Klan. I Linkin Park si sono politicizzati? No, forse meglio dire che sono cresciuti e puntano il dito su le grandi problematiche mondiali, come la situazione climatica. Ed è così che tra le dodici tracce sonore capita di ascoltare “The little things give you away”, canzone ricca di sentimento e scritta dopo l’uragano Katrina. Un cd da assaporare verso dopo verso, scratch dopo scratch. Aspettando che arrivi la mezzanotte.
Inserita il 27 - 05 - 07
Luca Maria Brogli
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