"Throw down your arms" è il disco che documenta il ritorno di Sinead O’Connor dopo l’ufficiale ritiro dalle scene nel 2003 e che sancisce il tributo dell’artista irlandese al rastafarianesimo e alla musica reggae.
Esso contiene dodici riletture di altrettante canzoni - manifesto, pezzi come "Downpressor Man" di Peter Tosh, "Curly Locks", di Lee Perry e naturalmente "War" di Bob Marley che fu proprio il brano che la O’Connor cantò in quell’allucinante sera del 1992 al Saturday Night Live prima di stracciare la fotografia di Papa Giovanni Paolo II spalancando la porta ad un processo di autodistruzione che assomigliava da vicino all’anticamera dell’inferno.
Finita in fondo al baratro con le proprie mani, per motivazioni che non riusciremo mai pienamente ad appurare, la O’Connor si è quindi ritagliata una carriera di basso profilo che le ha fatto inanellare una serie di dischi senza infamia né lode e certamente lontani anni luce dal successo stellare di "I do not want what i haven’t got".
Al di là comunque delle controverse questioni personali, che davvero non sono mancate, e delle affermazioni roboanti ma presumibilmente sincere, almeno fino a prova contraria, che accompagnano l’uscita del disco: “ ho deciso di utilizzare la mia voce per uno scopo superiore” resta il fatto che il lavoro in questione non riesce a “colpire” come dovrebbe, attestandosi su livelli di scarsa sufficienza.
Registrato nei mitici Tuff King Studios di Kingston, Giamaica, con due padrini d’eccezione come Sly e Robbie, "Throw down your arms" sembra peccare proprio di ciò che dovrebbe caratterizzarne l’essenza: l’anima.
Il disco è infatti ben suonato, ben registrato, ben prodotto, ma vuoi per una voce che sembra cantare con il freno a mano tirato, ancorata sui registri bassi e che ben di rado mostra la varietà espressiva che certamente possiede, vuoi per una perfezione che profuma di maniera, si resta un po' al palo.
A nulla serve il secondo dischetto della confezione che contiene le canzoni in versione remixata, anzi peggiora solo le cose.
Molta accademia insomma, ma poco sudore, di modo che la sensazione che resta è quella di un’occasione buttata, almeno in parte,alle ortiche.
Un vero peccato.
Inserita il 02 - 09 - 06
Matteo Strukul
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